La Camera Azzurra, Georges Simenon – recensione di Antonio Gazzanti Pugliese di Cotrone

Georges Simenon è da sempre il simbolo di una scrittura capace di creare scene così realistiche da poterle quasi toccare. Leggendo “La Camera Azzurra“, così come molti altri libri di Simenon, Antonio Gazzanti Pugliese di Cotrone si è sentito come se stesse col naso contro la finestra del mondo, sbirciando senza essere visto e senza riuscire a fermarsi.

La Camera Azzurra” si trova all’Hotel dei Viaggiatori a Triant, un’anonima cittadina di campagna francese non lontana da Parigi, dove da un anno Tony e Andrée si incontrano una volta al mese in un’emozionante storia d’amore illecita. Tony, Antonio Falcone, è figlio di genitori italiani, padre assente e madre morta da tempo. Con il duro lavoro e l’intelligenza, ha creato un’azienda di macchine agricole di successo. Lui e Andrée andavano a scuola insieme da bambini, lei gli era sempre stata indifferente mentre Andrée lo aveva sempre amato, anche dopo che entrambi erano cresciuti e avevano sposato altre persone.

Simenon è un maestro assoluto delle suggestioni: nel loro fare l’amore Andrée morde Tony sul labbro e lo fa sanguinare. La sfumatura cremisi del sangue e il blu della stanza – “non solo azzurro cipria, ma anche azzurro cielo di certi caldi pomeriggi d’agosto, poco prima che diventi rosa, poi rosso, al tramonto” – e l’oro ardente della luce del giorno che scorre attraverso una fessura nelle persiane, crea uno schema di colori meravigliosamente vivido che è allo stesso tempo seducente e sinistro.

La camera azzurra recensione

E, in effetti, nel giro di una o due pagine veniamo spostati bruscamente dalla stanza radiosa dell’idillio degli innamorati all’ambiente completamente più cupo delle stanze di un magistrato inquirente, dove Tony sta cercando senza riuscirci di rendere conto di se stesso al professor Bigot, un psichiatra – “basso, magro, con i capelli rossi e sopracciglia folte e ribelli” – e il suo avvocato difensore, Maître Demarié. L’amore, si capisce, ha fatto il suo corso, portandoci nel giallo. E la scrittura di Simenon diventa d’un tratto inquietante.

Simenon ha la capacità unica di trasmettere a parole la tattilità delle cose, anche se le parole che usa e le frasi che ne fa sono sempre umili e semplici. Si vantava del suo modesto vocabolario e della sobrietà della sua lingua; finito un libro – cosa che succedeva nell’arco di una decina di giorni – usciva dal suo studio scuotendo per il dorso il manoscritto, per liberarsi, come scherzava, degli ultimi aggettivi rimasti.

Come tutti gli scrittori scriveva per sé, ma prima e dopo aver scritto aveva un vibrante senso del suo pubblico: scriveva per tutti, e chiunque può leggerlo, con facilità e piena comprensione. Questo è ciò che Roland Barthes chiamava “scrittura grado zero”, freddo, controllato e palpitante di passione.

Anche per i suoi personaggi. I protagonisti Tony e Andrée, ma anche la povera moglie di Tony, e la suocera di Andrée, e persino Françoise, la cameriera dell’hotel, sono creature vividamente reali e ognuna di loro respira il respiro della vita. I suoi romanzi non sono mai lunghi, ma la portata di ognuno di essi è vasta. La sua varietà non è mai venuta meno, e nemmeno la sua inventiva.

Mentre il libro avanza verso la sua spaventosa conclusione, la stessa Andrée si trasforma in una menade risoluta, ubriaca di amore, violenza e vendetta. La Camera Azzurra è un libricino meraviglioso, breve, inesorabile, ridotto all’osso della storia d’amore, agonizzante e assolutamente avvincente; insomma una vera e luminosa opera d’arte, secondo Antonio Gazzanti Pugliese di Cotrone.

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